Conto in banca, tessera bancomat e 350 euro al mese – Così la Baviera accoglie i migranti

Di fronte alle immagini televisive che ormai ci scuotono ogni giorno, che portano nelle nostre casa il dramma delle migliaia di profughi che arrivano o cercano di arrivare in Germania, ho deciso di provare, nel mio piccolo, a fare qualcosa per aiutare quest’umanità sofferente. Ovvero diventare Ehrenamtlicher, un volontario. Nel mio caso della Croce Rossa Bavarese, in prima fila nell’accoglienza della straziante enormità di masse disperate che, una volta arrivate nella “terra promessa”, superati tutti i controlli ripristinati alle frontiere, dopo aver affollato le principali stazioni della Baviera, quella di Monaco in testa, vengono stipate in enormi centri di accoglienza. Ad esempio nella ex Bayern Kaserne della Bundeswehr alla periferia della capitale bavarese, ove comincia la lunga, lunghissima, attesa dello sperato asilo, che più spesso si tramuta invece in una disperata espulsione.

Ma già all’esordio come volontario scopro che c’è un’altra faccia di questa accoglienza. Quella delle piccole località, spesso paesini di poche centinaia di anime, che sotto il mantello del Land di competenza geografica (nel mio caso la Baviera), accolgono a loro volta i profughi in modo amichevole, civile, dignitoso, fornendo alloggio ed assistenza. Ed anche aiuto economico.

Il primo appuntamento è con un’assistente sociale della Croce Rossa Bavarese (oltre a questa non citerò di qui in avanti altri nomi o luoghi, n.d.r), che come altre organizzazioni laiche e religiose, ha sulle spalle gran parte del peso dell’accoglienza operativa dei profughi. L’incontro avviene nel comprensorio di un’abbazia cattolica, tra le più note e venerate in Germania, con annessa una vasta e moderna azienda agricola. In un grande edificio antico sono ospitati una trentina di giovani, tutti uomini, provenienti esclusivamente dall’Africa centrale. Nessun lusso, ovviamente, anzi l’ambiente è un po’ depresso. Ma gli ospiti in camere pulite ed ordinate. Tengono le scarpe fuori delle porte delle loro stanze. Hanno a disposizione un’ampia cucina, una lavanderia con due lavatrici, un paio di grandi stanze per la vita comune. Due televisori sono sintonizzati sulla CNN. C’è anche un computer collegato a Internet.

L’assistente sociale mi accoglie con un sorriso. Le presentazioni sono minime: <<Ha tempo? Anche adesso? subito?>>. Ci sarebbe il mio primo incarico: occuparmi di aiutare Alì (nome di fantasia) nel disbrigo delle pratiche di prima accoglienza. Alì è un ragazzo di 25 anni, aspetto curato, come i suoi vestiti. In mano l’immancabile smartphone. Viene dalla capitale di un paese dell’Africa Equatoriale. E’ appena arrivato da un altro centro di prima accoglienza bavarese, dove lo hanno destinato qui. Ha un foglio in mano con la sua foto, i suoi dati anagrafici, la data, stampigliata in rosso, di quando avrà il colloquio preliminare per la richiesta di asilo: 9 novembre 2015. Quasi due mesi di attesa. <<Ma nel frattempo deve registrarsi al Landratsamt del locale Kreis (paragonabile all’ufficio della provincia, n.d.r.), poi al comune. Non sa come arrivarci, qui siamo isolati. Se lei potesse accompagnarlo con la sua auto, questo sarebbe già di grande aiuto>>.

Nessuna pratica, nessuna firma, nessun documento, solo una stretta di mano. Da questo momento, però, sono a tutti gli effetti un Ehrenamtlicher, assicurato per qualsiasi cosa che possa capitare a me o al giovane a me affidato nel corso della “missione”. Tutto sulla fiducia.

Mentre guido racconto ad Alì, seduto accanto a me, un po’di Germania, di Baviera, dei dintorni. Cerco di instaurare una conversazione. Il ragazzo sembra apprezzare il dialogo, parla un po’di sé, però non si sbilancia molto su quello che ha passato da quando è arrivato in Europa, su dove è stato prima di finire in Germania. Si esprime in un ottimo inglese. Ma non mi dice perché ha lasciato il suo paese.

Arrivati nel capoluogo, raggiungiamo l’ufficio del Landratsamt preposto alle pratiche dei residenti asilo. Mi aspetto chissà quale fila di persone, invece in attesa non c’è nessuno. Una giovane impiegata ci accoglie gentile. Esamina il foglio del migrante, ci appone un timbro, ci scrive l’indirizzo dove da adesso abiterà. <<E ora pensiamo ai soldi…>>, sorride la ragazza. Si perché Alì riceverà una somma mensile. Da subito.

Senza ulteriori attese un’altra impiegata gli fornisce una sorta di carta di credito precaricata con la quale potrà prelevare dal bancomat del Landratsamt la somma che gli spetta. Poco più di 350 euro: <<Stia attento, non sono molti, li amministri con cura….>>, si raccomanda. Poi gli consegna due fogli stampati: uno per il medico generico, l’altro per il dentista. Le eventuali cure, come le medicine, sono gratis. Il “Taschengeld”, la paghetta – per dir così – bavarese è significativamente più alta che in altri Länder perché qui i migranti ricevono meno prestazioni aggiuntive.

<<Tutto chiarò? chiede l’impiegata prima di congedarci. Alì annuisce, la donna si rallegra con un: “Wunderbar!”. Il giovane africano le fa eco: “Wunderbar!”. Poi mi chiede cosa significa. “Wonderful”, traduco in inglese. “Yes, yes…wunderbar, wunderbar”, ripete ad alta voce, con gli occhi che gli brillano dall’emozione. Alì non crede ai suoi occhi quando dal bancomat escono i biglietti in vari tagli di euro freschi di stampa.

Prossima tappa in banca per aprire un conto corrente. Perché il Landsratsamt ogni mese gli verserà, con un bonifico, i 350 euro.

Alla Sparkasse (cassa di risparmio) Alì è trattato come un cliente qualsiasi. “Ci vorranno dieci minuti”, premette l’impiegato allo sportello, con il tono di chi quasi si vuole scusare. In meno di sette minuti il conto è aperto. Alì firma i documenti: <<A giorni le arriverà per posta la tesserina del bancomat per i prelievi con relativo pin>>, precisa il bancario prima di congedarsi. L’ultima tappa è la registrazione in comune. In tutto, compresi gli spostamenti per una sessantina di km complessivi tra i vari uffici della zona, non sono passate più di quattro ore.

Alì torna nella sua nuova “casa” in mezzo alla campagna bavarese. Adesso non gli resta che sperare che la sua domanda di asilo venga accettata. Nell’attesa, per almeno tre mesi non potrà lavorare. Dice che a casa sua aveva studiato per diventare un tecnico informatico. Sottolinea con forza di voler apprendere al più presto il tedesco. Intanto una parola l’ha imparata e la ripete in continuazione, dopo questa prima esperienza di accoglienza in Germania: “wunderbar”. Sembra “wunderbar” anche ad un italiano.