Quando feci incazzare Niki Lauda

Il 20 maggio 2019 a Vienna è morto Niki Lauda. Tre volte campione del mondo di F.1. Un ricordo che è anche un aneddoto

DI MARCO DEGL’INNOCENTI

Un’altra intervista esclusiva e ancora in circostanze particolari. Era il 10 maggio del 1977. Neppure un anno dopo il terribile incidente del Nürburgring, quando il pilota austriaco della Ferrari era scampato al rogo della sua monoposto, recuperando poi a tal punto forze e morale da vincere nello stesso anno il titolo iridato. Lo avrebbe riconquistato anche nella stagione successiva, ma l’8 maggio di quel 1977 era sembrato, invece, che la sfortuna si fosse accanita di nuovo e in modo stavolta definitivo, su di lui. Nel “warm-up” – la cosiddetta sessione di riscaldamento che allora precedeva il via delle gare – del GP di Spagna, sul circuito di Jarama, a causa di un rimbalzo della sua monoposto su un’irregolarità dell’asfalto della pista, Niki si procurò la frattura di una costola e fu costretto a rinunciare alla partenza.

  La notizia mandò in costernazione i tifosi ferraristi e in subbuglio la redazione della “Gazzetta”. Per chissà quale motivo, ma forse proprio per la solita ragione che ero l’unico a conoscere il tedesco e che quindi avrei potuto verosimilmente accedere a qualche informazione diretta in più, a Milano decisero di spedire me sulle tracce dello sfortunato pilota.

  Ovviamente non sapevo da che parte cominciare a cercarlo, quando arrivai a Salisburgo, dopo un “depistaggio” a Vienna, perché si era sparsa la voce che Lauda si fosse fermato nella capitale per un controllo da uno specialista di fiducia. Così cominciai a chiedere a poliziotti, negozianti, ma anche semplici passanti lungo la strada. Alla fine riuscii a raggiungere la villa che il ferrarista si era fatto costruire da poco e nella quale abitava con la prima moglie Marlene. Una costruzione isolata, moderna, dalle linee semplici, su un poggio verde, vista sui circostanti prati e boschi. Un vero idillio. Quando mi presentai l’accoglienza fu, però, tutt’altro che amichevole. Un domestico cercò di mandarmi subito via, dicendo che il padrone di casa non solo non c’era, ma da mesi non si faceva vedere. Io non mi lascia impressionare e parcheggiai la mia vettura appena qualche metro dall’ingresso. Faceva caldo, ero stanco, mi addormentai sul sedile. Fui svegliato dai latrati di un cane, un grosso alano che poi seppi si chiamava Bagheera, come la pantera del Libro della Giungla, che sporgeva il muso, anzi le fauci aperte con tutti i denti in bellavista, dalla ringhiera di una terrazza al primo piano.

  Accanto alla belva un Niki Lauda in tenuta casalinga, piuttosto seccato per l’improvvisa visita. Altro che benvenuto, le sue parole: “Ma cosa vuole da me, perché non mi lascia in pace, non ho niente da dire!”. Riuscii, però, a non farmi cacciare subito. Lo incalzai con la prima domanda, circa le sue condizioni, alla fine una specie di intervista, pur se davvero su due piani diversi, lui in terrazza, io sotto, venne fuori. Per fortuna riuscii a fargli dire che di lì a meno di una settimana sarebbe andato a Fiorano, sul circuito della Ferrari, per provare la vettura, e che se tutto fosse andato bene avrebbe successivamente corso a Montecarlo. Poi mi congedò piuttosto bruscamente, senza scomodarsi a scendere e uscire di casa per darmi la mano.

  Scrissi quell’intervista cercando di restare il più possibile neutro, ma la freddezza con cui riportai il dialogo e un paio di accenni sarcastici alla strana situazione nella quale mi ero trovato, non  piacquero troppo alla direzione della“Gazzetta”. In poche parole fui accusato quasi di lesa maestà nei confronti del mito ferrarista. Per la cronaca: Niki Lauda disputò il GP di Monaco, piazzandosi secondo dopo il sudafricano Jody Scheckter che allora pilotava una monoposto esordiente, l’anglo- canadese Wolf. Dopo avere rivinto il titolo mondiale con la Ferrari l’austriaco passò alla Brabham-Alfa Romeo.

  Ironia della sorte me lo ritrovai difronte proprio in occasione dell’ufficializzazione del suo contratto con la nuova scuderia. Sempre in circostanze decisamente fuori del normale. Già allora era nota la passione di Lauda per il volo. Niki non aveva ancora fondato la sua prima compagnia aerea, ma era già un esperto pilota. Ai comandi di un piccolo jet executive atterrò la mattina del 15 settembre 1977 sulla pista dell’aeroporto romano di Ciampino. Ovviamente era atteso da decine di giornalisti. Io però riuscii ancora una volta a intrufolarmi oltre i controlli – allora praticamente inesistenti, soprattutto nella zona cosiddetta vip – ad attraversare a piedi il piazzale e ad arrivare sotto la scaletta del jet. Quando Lauda sollevò il piccolo portellone della carlinga, a distanza di pochi mesi dal nostro burrascoso incontro di Salisburgo si ritrovò di fronte proprio me: il primo a dargli il benvenuto nella sua nuova avventura. Ebbe una reazione di stizza, mi fece un brusco cenno di allontanarmi e io capii che quella volta non sarei riuscito ad andare oltre. Così dovetti accontentarmi della conferenza stampa ufficiale, poche ore dopo.

  Sarebbero dovuti trascorrere più di vent’anni prima che Lauda ed io riprendessimo a incrociarci regolarmente, per quasi due lustri, sui circuiti della F.1 di mezzo mondo. Incontri mai oltre il formale, mai al di là dello lo stretto necessario alle mere esigenze professionali. Mai neppure un accenno a quei due lontani episodi, nemmeno per scherzarci sopra. Ma ho sempre avuto la sensazione che non se ne fosse dimenticato. E chissà perché non era una sensazione piacevole.

La guerra bavarese dei campanacci

DI MARCO DEGL’INNOCENTI

Chi di noi, camminando, magari durante le vacanze estive, lungo sentieri alpestri, non si è rallegrato nell’udire il lento e ritmato suono dei campanacci d’ottone appesi al collo dalle mucche al pascolo? Immagini e suoni sempre più rari, nell’odierna civiltà, confinati perlopiù

In tranquille in zone remote, anche difficilmente raggiungibili con i mezzi di trasporto abituali. In Baviera, però, nonostante sia di uno dei Länder più industrializzati ed antropizzati della Germania, tali idilliache scene sono ancora molto frequenti, anche a pochi chilometri da una metropoli come Monaco. Per esempio intorno ad Holzkirchen, che per la maggioranza di chi sfreccia sull’autostrada a quattro corsie che collega con l’Austria altro non è che un’uscita dalla citata, trafficatissima, arteria o una mega area di servizio, sempre affollata di TIR in sosta.  Ma i morbidi, verdi, declivi di quella zona a poca distante dalla Alpi e impreziosita da bellissimi laghi come lo Schliersee o il Tegernsee, costituiscono tuttora uno dei polmoni della potente agricoltura germanica. Con le tradizioni dei suoi Bauern, i contadini, che resistono nel tempo. Ed i suoi paesaggi quasi incontaminati, nei quali la presenza di mandrie di mucche al pascolo è ancora una costante. Un idillio che negli ultimi anni ha anche sempre più attirato cittadini in fuga dalla supercara ed ogni giorno più inquinata capitale. Per i quali il sogno della casetta in mezzo al verde, non sempre si è rivelato quello che si aspettavano.

Perché nella campagna bavarese risuonano ancora, eccome, le campane. E passi per quelle dei tipici campanili dalle cuspidi a cipolla, ormai imbrigliate quasi ovunque da regolamenti che ne permettono il disciogliersi festoso soltanto ad orari determinati. Ci sono anche i campanacci delle mucche, E quelli sì, sono un po’meno “regolabili” a termini di legge. A qualcuno lo scampanio delle mucche, alla fine, proprio non è andato giù. Ed è cominciata, ormai quasi dieci anni fa, una guerra di carte bollate e citazioni in tribunale, tra una coppia di questi nuovi “contadini” sfuggiti alla metropoli in cerca di pace e una contadina vera ed originale i cui terreni a pascolo confinano con la proprietà dei neo arrivati e sui quali le mucche fanno il loro dovere – pascolando, appunto – ma con tanto di sonoro campanaccio al collo. Anche di notte. Un “Dlin- lon-dlin-dlon” che ha portato ai primi due processi, entrambi conclusisi in favore della Bäuerin, Regina Killer – battagliera, ma alla vista paciosa, ad onta del cognome – sia pur con qualche raccomandazione a limitare, quantomeno, la distanza tra le mucche al pascolo e la casa dei “nemici” dello scampanio.

Questi, però, non hanno rinunciato alla lotta per vie legali (uno degli sport preferiti dai tedeschi, per la verità) e sono ricorsi al tribunale superiore. Che ha dato loro nuovamente torto “Sono contenta, ma temo che non sia ancora finita”, ha commentato la contadina. Infatti quest’ultimo ricorso respinto è stato presentato dal uno dei due coniugi parti in causa, il marito, ma anche la moglie ne ha presentato un altro, separatamente e per lo stesso motivo e potrebbe anche avere un esito diverso. Frau Regina, però, non toglierà i campanacci al collo delle sue bovine quando usciranno dalla stalla per il pascolo: “Il suono delle campane delle mucche appartiene alla cultura contadina  bavarese. Chi decide di trasferirsi qui dalla città la deve accettare. Per me questo suono è assolutamente rilassante”.

Per i due coniugi che hanno scatenato la guerra ai campanacci delle mucche della vicina evidentemente no. Ma, come ha argutamente sottolineato il quotidiano “Augsburger Tageblatt”, tra i molti media che si sono occupati del caso, “per ora possono dormire sonni tranquilli: le mucche non  torneranno al pascolo prima di giugno, adesso è ancora troppo freddo”. Ma poi, il giornale ne è sicuro, “il dramma del litigio per le campane delle mucche di Holzkichen riprenderà”.

La sfida elettrica del giovane Piëch

DI MARCO DEGL’INNOCENTI

Il patriarca tedesco dell’automobile contemporanea, Ferdinand Piëch, ha avuto dodici figli. Da quattro donne diverse: due legittimate mogli con regolari matrimoni, due rimaste relegate al ruolo di compagne. Ferdinand Piëch, che oggi ha 81 anni, è a sua volta il nipote del primo patriarca assoluto dell’auto teutonica, Ferdinand Porsche: il progettista del leggendario Volkswagen “Kaefer” (“Maggiolino”, in Italiano) ed il fondatore della Porsche. Ferdinand Piëch è stato alla guida operativa del Gruppo Volkswagen fino al 2002. Passato al vertice del consiglio di sorveglianza, ha mantenuto la carica fino al 2015. Per anni sono stati mitici i cortei di sussiegosi capi di ogni marca del gruppo che si incolonnavano disciplinati dietro il gran capo “Kaiser” Ferdinand e Fra Ursula Piëch, “benedicendo” l’uno e l’altro stand della galassia Volkswagen nei principali saloni automobilistici del mondo.

Dopo l’uscita da Wolfsburg, non senza polemiche, Ferdinand Piëch si è completamente ritirato dalle pubbliche scene del mondo dell’auto.

Il nome Piëch torna oggi alla ribalta, come marchio automobilistico indipendente. Ed è uno dei dodici figli del patriarca, Anton, detto “Toni”, settimo in ordine di nascita, la cui madre, compagna per dodici anni di “Kaiser” Ferdinand, porta a sua volta un cognome storico della dinastia: Marlene Porsche.

Toni ha 40 anni. La stessa età che aveva suo padre Ferdinand quando progettava la prima Audi Quattro. Ha fondato una sua azienda, che opera tra Zurigo e Monaco di Baviera, le ha dato semplicemente il suo cognome. E la prima volta nella storia dell’automobile che il nome Piëch scende in strada. Al Salone dell’Auto di Ginevra ha presentato il suo primo prodotto: una supersportiva (poteva essere diversamente?) completamente elettrica. Quasi una provocazione, un attacco diretto alla Porsche, al cugino di suo padre, Wolfgang Porsche, allo zio Hans Michel Piëch, agli altri 32 membri della famiglia cui appartiene oggi la casa di Stoccarda. Almeno così nelle sue intenzioni. O nei sogni.

Per ora il risultato è un prototipo di coupé imponente nelle dimensioni dalla linea sportiva piuttosto tradizionale, comunque assai elegante, ma decisamente privo di originalità. Il suo nome è “Mark Zero”. “E’ una due posti secchi per persone fortemente determinate che si possa amare ma non necessariamente nascondere in garage per timore dell’invidia altrui”, ha spiegato lo stesso  Toni Piëch presentando la vettura, che è stata disegnata da una donna Rea Stark-Rajcic, apprezzata designer anche per Nespresso e Panasonic e al contempo socia dello stesso Piëch nella nuova impresa: Il cuore della vettura è un enorme pacchetto di batterie posizionato dietro i due sedili e prodotto da una azienda cinese, che alimento due motori elettrici ciascuno capace di 150 kW di potenza sull’asse posteriore ed un altro su quello anteriore. In tutto oltre 600 CV. L’autonomia dichiarata è di 500 km. Il peso complessivo del prototipo resta sotto i  1800 kg, l’accelerazione fino a 100 km/h di appena 3,5 secondi e la velocità massima è di 250 km/h. Il costo previsto? Tra i 1560 mila ed i 170 mila euro, per una produzione di 1.500 unità. L’uscita sul mercato è prevista nel 2021. Due anni dopo la prima Porsche elettrica. Sarà davvero in grado di reggere la ambiziosa sfida?

All’università si impara a fare il caffè

La grande maggioranza degli italiani ama il caffè e se ne dice intenditore. Per noi, ovviamente, il caffè è soprattutto l’espresso, non c’è bisogno di specificarlo quando se ne chiede una tazzina al bar. Sullo stesso piano, come popolarità, il cappuccino. E poi le variazioni sul tema: dai macchiati, caldi o freddi, a quelli in tazza o in vetro. La grande maggioranza degli italiani è anche convinta di saper preparare il miglior caffè del mondo con la macchinetta di casa: che sia una tradizionale moka con l’omino coi baffi o una luccicante e supercromata automatica, figurarsi poi adesso che le cialde hanno facilitato assai la delicata operazione.

Ma quanto sappiamo davvero noi italiani del caffè? E quanto ne sanno i tedeschi, che al loro beneamato caffè col filtro hanno ormai affiancato espresso, cappuccino e latte macchiato, magari con una “c” in meno o qualche “kappa” in più?

Una lezione presso l’Università del caffè apre un inimmaginabile mondo di aromi e gusti in tutto il suo fascino ed i suoi segreti. Sì, l’Università del caffè esiste e l’ha fondata (ma sarebbe meglio dire inventata) nel 1999 la Illy, la nota casa italiana tra i leader mondiali nel settore. Oltre a quella di Trieste, sede storica e tuttora unico centro di produzione dell’azienda, ce ne sono altre 25 nel mondo, una di queste a Monaco di Baviera. Istituzioni dedicate soprattutto ai professionisti del settore, a chi lavora già in bar, ristoranti alberghi, nella gastronomia in genere, ma aperte anche agli appassionati “laici”. Già settemila in totale sono stati fino ad oggi i partecipanti ai corsi e l’interesse è tale che nei prossimi tre anni si prevede raggiungano la cifra di 20 mila. Intendiamoci, non è che si passino quattro o cinque anni sui libri e poi si diventi dottore in caffetteria o come vogliamo chiamare la materia. Ma una lezione teorica di quattro ore basta per rivelare allo studente la storia ed i segreti del caffè. E con qualche applicazione pratica in più si diventa anche “barista” professionale. In grado di preparare un caffè perfetto, come calore, colore, consistenza, aroma. E di riuscire a fare pure i cuoricini sulla schiuma del cappuccino!

Il corpo docente della Università di Monaco è guidato da Giovanni Burgarella, italiano cresciuto a Kempten, in Baviera, che alla naturale comunicatività mediterranea unisce superprofessionali capacità didattiche. Una bibbia vivente del caffè, lo si potrebbe definire. Dal suo fluente, preciso, ma mai pedante eloquio, si apprendono fondamentali come l’origine della pianta del caffè, che è l’Etiopia e non come si potrebbe pensare il Brasile, o come la suddivisioni delle sue qualità principali: Arabica e Robusta. Ovviamente, si riceve la conferma che l’espresso l’abbiamo inventato noi italiani. Anzi l’inventore ha nome e cognome: Francesco Illy, fondatore nel 1933 dell’omonima azienda. Dalla sua geniale inventiva nacque anche la prima macchina moderna per l’espresso, la mitica Illetta. Ma l’Università del caffè consente di apprendere molto, molto di più, su questa bevanda universale e su come prepararla al meglio. L’unica cosa che, forse, il prof Burgarella ed il suo team non riusciranno a far capire ai loro allievi tedeschi è che ordinare e bere un cappuccino al pomeriggio o, peggio, alla sera, per noi italiani è quasi una bestemmia

Il „tradimento“vacanziero di Angela M.

Ischia addio. Dopo molti anni, la cancelliera Angela Merkel ha deciso di “tradire” l’isola italiana per trascorrere, con il marito, le vacanze pasquali a La Gomera, nell’arcipelago delle Canarie.

Non si conoscono i motivi della scelta della Merkel, certamente avrà avuto voglia di cambiare luogo, per tornare peraltro ad un antico amore: a La Gomera aveva trascorso già diversi periodi di relax nel recente passato. Ma cosa ha in più di Ischia la seconda più piccola isola delle Canarie? Impossibile fare paragoni, sono molto diverse tra loro. Ma l’isola spagnola vanta soprattutto una natura incontaminata, selvaggia, poco facile, se vogliamo. Non ci sono o quasi spiagge, le poche che si trovano sono piuttosto piccole, sabbia nera o sassi. Dominano le montagne ed i pendii scoscesi, ideali per trekking ed impegnative passeggiate. In passato, La Gomera era conosciuta – in Germania, in Gran Bretagna e nella Scandinavia, donde proviene tradizionalmente il suo turismo, praticamente assenti gli italiani – come l’isola degli hyppies. Delle numerose e pittoresche colonie di allora, figli dei fiori che vivevano a contatto con la natura nella numerose grotte naturali in riva all’oceano, sono tuttora rimaste alcune decine di simpatici irriducibili.

La Gomera ha un mini-aeroporto, con uno splendido, quanto sovradimensionato terminal, quasi sempre deserto, perché lo scalo è servito da due soli voli al giorno, operati da un piccolo turboelica che fa la spola con Gran Canaria. Bell’esempio di spreco di danaro pubblico, in verità. All’isola i turisti arrivano perlopiù con il traghetto da Tenerife, ma ovviamente non possono essere moltissimi. Di fronte a solo 20 mila abitanti fissi, per gli ospiti ci ci sono appena 10 mila posti letto e lo scorso anno i turisti sono stati in totale 90 mila. Per fare un confronto: nella vicina Tenerife hanno trascorso le loro vacanze 5 milioni di persone!

La Merkel ha alloggiato nell’unico vero grande albergo dell’isola. Un complesso molto bello, realizzato dal magnate norvegese dei traghetti, Fred Olsen, che è diventato una potenza economica delle canarie, a picco sull’oceano Atlantico. Peccato che abbia una cucina piuttosto scadente. Parliamo per esperienza diretta….Il complesso, immerso in un meraviglioso giardino tropicale e con un annesso bellissimo campo da golf, domina un grazioso paesino, Playa de Santiago, con un romantico porticciolo e qualche discreto ristorantino. Ma quanto a bellezza, Sant’Angelo è, francamente, tutta un’altra cosa! Anche l’hotel del noto centro termale di Ischia dove la Merkel e suo marito erano soliti soggiornare sorge peraltro in una posizione stupenda, con vista mozzafiato. E per quel che riguarda la gastronomia, Ischia e Sant’Angelo danno i punti, di gran lunga, ai pur bravi cuochi delle Canarie. Certamente la cancelliera avrà trascorso a La Gomera felici meritate, vacanze. MA speriamo le sia venuta anche un po’di nostaliga per l’Italia.

Quando il fisco non è „troppo“ nemico

Storiellina vera, che può servire da esempio sui rapporti tra contribuente e fisco tedesco e da comparazione con quanto accade in Italia. Con tutti i ragionamenti sui due sistemi paese

che ne conseguono. Con molte scuse per essere autobiografico e scrivere in prima persona: non è mio costume,

ma non vedo come non farlo in questo caso. E attenzione alle date!

Il 29 dicembre 2015 il Finanzamt, l’equivalente tedesco dell’italica Agenzia delle Entrate, mi fa pervenire, come ogni anno, tramite il mio commercialista, il cosiddetto “Bescheid”, ovvero l’attestazione in base ai redditi da lavoro autonomo del 2014, dove si fissano gli importi dovuti all’erario per quanto riguarda l’imposta sulle persone fisiche nel 2015, che dovranno essere pagati

con rate trimestrale nel corso del 2016. Nel documento è previsto, però, anche un notevole anticipo-conguaglio una tantum sul dovuto per il 2016, che, inesorabilmente, verrà prelevato dal mio conto corrente il 4 febbraio di quest’anno.

Immaginabile la mia gioia…Peraltro il commercialista mi fa subito presente che se io avessi previsto di indicare nella dichiarazione per il 2015 un reddito sensibilmente inferiore a quello del 2014 – dove figurava in effetti un importante introito da prestazione di lavoro percepito una tantum – avrei potuto ricorrere e chiedere l’annullamento dell’anticipo.

Il professionista scrive così al Finanzamt una semplice letterina (semplice mica tanto, quanto a burocratese la Germania può dare punti all’Italia…), che invia per posta normale, spiegando il perché

della richiesta. Il 21 gennaio 2016 arriva la risposta: controdeduzioni accettate e niente salasso anticipato del mio conto corrente.

Sul fisco tedesco, in tanti decenni di permanenza in Germania, mi sento di dire una cosa: nessuno è Babbo Natale ed anche qui con le tasse non scherzano quanto a pesantezza. Ma riguardo la certezza dei diritti dei contribuenti e la sollecitudine non solo nel chiedere, ma nel restituire, se del caso, nulla da dire.

Eataly a Monaco: conferma di un successo

Alle 13 di un normale giorno lavorativo, gli oltre 200 tavolini dei tre ristoranti “dedicati” – Pizza & Pasta, Verdure e Carne – sono quasi tutti occupati. I clienti devono persino attendere qualche manciata di secondi prima che gentili e sorridenti giovani cameriere e camerieri – non c’è self service, per fortuna – li facciano accomodare sulle piacevoli sedie di plastica dal moderno e originale design, che evoca il cristallo sfaccettato di un gioiello Swarovski. Anche il Mercato, con i suoi scaffali pieni di specialità gastronomiche è ben visitato, così come il banco dei salumi e dei formaggi freschi. A due mesi dalla sua inaugurazione nella Schrannenhalle di Monaco di Baviera la prima Eataly tedesca sembra davvero un successo.

Per la prima volta nella sua tormentata storia di chiusure e fallimenti questa grande, luminosa, struttura liberty al centro della capitale bavarese sembra finalmente avere trovato la sua missione. Il novello tempio della gastronomia Italiana, il cui concetto innovativo è stato esportato dal piemontese Oscar Farinetti ormai in mezzo mondo, anche in Germania sembra davvero avere conquistato pubblico locale e turisti di passaggio.

E dire che la nostra visita di “ricognizione”, per dir così, era stata invece motivata da un articolo del quotidiano popolare Bild che sembrava gettare qualche dubbio proprio sul fatto che Eataly avesse fatto centro nella difficile, per i suoi gusti esigenti e al contempo le sue abitudini tradizionali, Monaco di Baviera.

“Italo Lust oder Italo Frust (Voglia d’Italia o italo-frustrazione N.d.R.) era stato il titolone del tabloid che ci aveva infuso non pochi dubbi sul successo dell’operazione del gruppo multinazionale italiano. A leggerlo bene, però, l’articolo pur riportando favorevoli giudizi di visitatori, incentrava le proprie perplessità su tre brevi critiche anonime riportate da siti come Trip Advisor e Yelp.

Un po’troppo poco, per giudizi affrettati. Non c’era che da provare di persona.

Eccoci dunque nello spazio più frequentato, quello della Pasta e della Pizza. Un ambiente piacevole, sia per un veloce pasto da soli, sia per intrattenersi con qualcuno, durante la degustazione. Si può sedere anche al bancone e seguire, ammirati, come un team di giovani cuochi e addetti alla cucina preparano i piatti, tutti al momento. La maggioranza di loro è italiana, come il 70 per cento dei circa 200 addetti in totale. Ci viene servito lo “special “della settimana: agnolotti del plin, tipico piatto piemontese. Ottima la consistenza della pasta fresca, soprattutto perfetta la cottura in un paese dove il concetto di “al dente”, anche nei ristoranti italiani, ancora oggi non è per niente scontato. Gustosissimo il sugo di arrosto. Insomma, un bel piatto dal costo di 14 euro. Non proprio economicissimo, ma nella media della ristorazione italiana in una città come Monaco. Peraltro piatti più semplici si possono già avere sotto i 10 euro, come i classici spaghetti al pomodoro (8 euro). E le pizze sono quasi tutte sotto i 10 euro. Anche il bicchiere di ottimo Gavi di Gavi, bianco piemontese d’eccellenza, a 4,50 euro è nella norma.

<<Cerchiamo di mantenere i nostri prezzi un po’sotto quelli dei due maggiori ristoranti che al centro di Monaco offrono gastronomia italiana di qualità>>, spiega Andreas Reisert, il giovane e bravo addetto stampa di Eataly.

Una delle critiche mosse nell’articolo della Bild al concetto alla base della ristorazione di questo nuovo tipo di locale è che l’offerta sia troppo ristretta, a seconda che si decida di scegliere il tipo di ristorante: per pasta e pizza, per verdure, per le carni. In effetti, questo è il concetto alla base di Eataly in tutto il mondo ed è ovunque vincente. Ma poi non è proprio così, perché, ad esempio, proprio nel ristorante della carne è possibile anche ordinare un piatto di pasta diverso ogni settimana. In ogni caso, lo spazio che più “incontra” è quello dedicato a pasta e pizza, tanto che da qualche settimana è stato adottato l’orario continuato, mentre per negli altri due la cucina è in funzione dall3 11,30 alle 16 e dalle 18 alle 22,30. Per i più esigenti e per un pasto meno veloce, al piano superiore c’è l’elegante ristorante Adriatico, con menu alla carta, dello chef italiano Lucio Pompili, molto apprezzato per le sue specialità a base di pesce.

Ovviamente non può mancare un buon caffè: il bar della Illy, che è un vero punto di incontro al centro della cosiddetta Piazza di Eataly, serve un ottimo, vero, espresso italiano a 1,80 euro: prezzo alto per l’Italia, ma a Monaco difficilmente si scende sotto i 2 euro, per non parlare dei 2,50 (e oltre…) che si pagano nei bar più alla moda.

Un giro nel Mercato ci permette di apprezzare la notevole varietà di specialità gastronomiche in offerta, tutte eccellenze della produzione agro-alimentare italiana. Un trionfo di pasta, di salse, ma anche ottimi formaggi e salumi freschi o confezionati in bella mostra egli espositori. Anche in questo caso i prezzi sono allineati con quelli dei migliori supermercati tedeschi, ma quanto a scelta non c’è paragone. E la clientela sembra davvero apprezzare.

Alla fine, dopo un salto nella sottostante enoteca, fornitissima di ottimi vini di ogni regione d’Italia, come probabilmente nessun’altra in Germania, non si può non lasciarsi attrarre – anche se non si è per forza appassionati ciclisti – dallo splendido show rom della Bianchi: uno sfavillio di biciclette in mostra nel loro colore classico celeste-turchese. Mentre vi sostiamo, un signore e una signora, tedeschi entrambi si fanno illustrare le caratteristiche di due belle bici, con l’intenzione evidente di acquistarle: <<Il nostro negozio sta davvero conquistando il pubblico di Monaco – sottolinea Diego Colosio –responsabile vendite Europa della Bianchi – soprattutto considerando che siamo ancora in inverno. Con l’avvento della bella stagione, in una città dove sono moltissimi i ciclisti, contiamo di aumentare ancora il nostro successo>>.

Panicale: anche l’olio tra i gioielli

E’una delle località italiane preferite dai tedeschi, anche se non è certo un luogo di turismo di massa: Panicale, splendido borgo di origine medievale, al culmine di una collina che domina il Lago Trasimeno, in Umbria. Da anni numerose famiglie tedesche possiedono una un appartamento nel suggestivo centro storico o casali nella campagna circostante. Alcuni anni fa, Panicale venne scelta anche come Location per un telefilm di successo, Italien im Herzen, con l’attrice Barbara Wüssow. I tedeschi, insieme con scandinavi, inglesi e olandesi ed americani formano una vera e propria comunità internazionale, che regolarmente si ritrova particolarmente numerosa non solo nei periodi tradizionali di vacanza. Nella scorsa estate Lufthansa ha istituito un collegamento aereo diretto tra Monaco e l’aeroporto di Perugia-Assisi, che dista una quarantina di minuti da Panicale.

Ad attrarre i visitatori, stranieri ma anche italiani, non è soltanto la bellezza del borgo, molto ben tenuto, sia pur sempre originale e non “rifatto”, ma sono anche i prodotti del suo splendido circondario. L’olio ed il vino sopra tutti. L’Umbria è da sempre tar i principali produttori olio e vino in Italia, e negli ultimi anni i suoi prodotti si sono affermati e sempre più continuano ad affermarsi anche all’estero. Prodotti he quest’anno sono stati valorizzati un una manifestazione di nuovo genere “Pan’Olio”,

dedicata alla presentazione dell’Olio Extravergine d’Oliva dei produttori del Lago Trasimeno ma anche dei migliori sapori umbri.

Non una sagra di quelle tradizionali, con grandi tavolate ed abbuffate di salumi e porchette, ma un originale percorso di degustazione realizzato in una decina di suggestivi spazi (normalmente usati dagli abitanti del paese come cantine o depositi, e da loro messi gratuitamente a disposizione della manifestazione) lungo le caratteristiche stradine del borgo antico.

Piccoli produttori locali hanno fatto degustare a tutti i visitatori il proprio “oro verde”. Ma anche i vini della zona, rossi e bianchi. Finalmente, dopo un 2014 che è stato archiviato come l’”annus horribilis” dell’olio italiano, la raccolta delle ulive 2015 è stata particolarmente favorevole in termini di qualità, vista la calda estate appena trascorsa. La conferma si è avuta proprio dalle prime spremiture dell’olio del Trasimeno che distingue per i buoni profumi, il gusto fruttato, leggero con la giusta armonia tra amaro e piccante, gustate dai numerosi visitatori di Pan’Olio.

La sfida di Eataly a Monaco di Baviera

“Finito mit Panne in der Schranne!“. Con questo titolo – evocativo, ma anche benaugurante – che non crediamo necessiti di traduzione nel suo fritto misto italo-tedesco, l’edizione di Monaco di Baviera della Bild ha celebrato l’apertura del primo Eataly in Germania e in Europa fuori dai confini italiani. Il tempio del Made in Italy della gastronomia, nato dalla creatività del piemontese Oscar Farinetti ed esportato con successo il tutto il mondo, con altre 27 filiali da Torino a San Paolo, da Roma a New York, da Milano a Yokohama, pe citarne solo alcune, dal 26 novembre apre i suoi battenti, ma sarebbe meglio dire i grandi portali di vetro, in uno dei più affascinanti, quanto finora sfortunati, spazi commerciali della capitale bavarese: la Schrannenhalle, accanto al celeberrimo Viktualien Markt, il tradizionale mercato in pieno centro cittadino.

Le “Pannen”, ovvero i fallimenti – più o meno nel senso proprio del termine – si sono succeduti in 10 anni di aperture, chiusure e riaperture di quelli che furono antichi magazzini di frumento, dalla essenziale ed elegante struttura di ferro. Persino un mostro sacro della gastronomia vip locale, Käfer, icona della cosiddetta “Münchens –Schickeria”, ha alzato in breve tempo bandiera bianca dopo uno strombazzatissimo sbarco nella Schrannenhalle.

Eataly sembra, però, essere davvero la “missione” ideale per questo spazio coperto di 4.600 metri quadrati in posizione strategica al centro della zona dello shopping e del turismo. Farinetti e i suoi portano in una città tedesca che il luogo comune celebra come “la più a nord dell’Italia”, ma che indubbiamente rivolge al nostro Paese un’attenzione particolare –dalle centinaia di ristoranti più o meno italiani, ai bar dove espresso e cappuccino “vanno” quasi come a Sant’Eustachio, alle lussuose boutique delle principali firme del Made in Italy – un modo diverso di accostarsi alla vera cultura enogastronomica mediterranea. Il concetto di Eataly: ristorante, bistrot, bar, mercato, enoteca, luogo d’incontro, fusi in un’offerta d’assieme che risulta estremamente piacevole e fruibile. I luminosi volumi, con arredamenti moderni, funzionali, allegri, evidenziano – in quella che viene denominata la Piazza –gli spazi dedicati al mangiare tipico della cucina mediterranea: dalla pizza alle paste, dalle verdure alle carni. Ci sono la bottega del fornaio e quella del salumiere e dei formaggi, c’è la gelateria, c’è la pasticceria. Ovviamente c’è il bar – sotto le insegne della Illy, la grande azienda triestina del caffè che a Monaco è particolarmente radicata sul territorio (oltre ad averne la sede commerciale per la Germania), cui fa contrappunto lo stand di un altro brand italiano di fama mondiale, la Nutella. Nei vari spazi gastronomici ci si può incontrare per un aperitivo, un caffè, attardarsi a gustare anche un solo piatto, bere un calice di vino di spumante, farsi un panino con formaggi o salumi tipici. Ai fornelli, dietro i banconi o tra i tavolini, uno stuolo di ragazze e ragazzi simpatici e gentili, in parte italiani, ma non solo. Italiani, ovviamente, gli chef responsabili. C’è pure il “casaro” nostrano che prepara in bella vista ogni giorno freschissima mozzarella e si può perdonare ad Eataly il peccato veniale di non evidenziare nel dovuto modo che non “di bufala” si tratta.

Chi vuole concedersi un pasto più completo sale al piano superiore dove lo chef marchigiano Lucio Pompili, uno dei primi “stellati” italiani, lancia la sua sfida in terra tedesca con il ristorante Adriatico, specializzato in pesce.

La Piazza si integra con il Mercato: sugli scaffali ben ordinati e d’indubbia presa anche visiva, un’offerta enorme di prodotti alimentari italiani, tutti di altissima qualità, a partire dall’infinita varietà di pasta artigianale, prevalentemente dalla campana Gragnano, la capitale mondiale dell’alimento più italiano che ci sia. Per gli estimatori dell’olio extra vergine d’oliva, (rigorosamente e senza timori di sorprese…), un’offerta altrettanto notevole. Per non parlare di sughi, salse, condimenti vari: E degli accessori per cucina, alcuni utili tutti i giorni, altri da scegliere anche come simpatici gadget da regalo. Il tutto a prezzi assolutamente corretti.

Il piano inferiore riserva ancora una sorpresa a dir poco da lasciare a bocca aperta: un’enoteca con oltre 1.100 qualità di vini, quasi 150 mila bottiglie: tutta l’Italia enologica è rappresentata, anche qui con attenzione al rapporto qualità-prezzo: << Bottiglie di eccellente vino a un prezzo minimo di 8,50 euro ciascuna>>, spiega Nicolò Doni, responsabile vini, oli e bibite per l’estero di Eataly, che mostra con orgoglio una peculiarità ormai rara da trovare persino in Italia: il ritorno della mescita tradizionale: <<Il vino si può acquistare sfuso, ottimo rosso o bianco, a 3,50 euro al litro>>. Accanto all’enoteca, un’altra delizia di Eataly: la grande cioccolateria, della premiata ditta piemontese Venchi. Un tripudio di cioccolata! E sullo stesso piano, anche i locali per una scuola di cucina italiana, a cui chiunque si può iscrivere.

Per finire, un ampio spazio è dedicato ad un genere che soltanto all’apparenza non ha a che fare con il food: la bicicletta, con una splendida show room della Bianchi, tanti modelli esposti nel tradizionale azzurro-turchese ed anche un’officina di riparazioni delle biciclette per il pubblico.  <<Cibo vuol dire energia e chi va in bici ha bisogno di energia – spiega Luca Baffigo Filangieri, che con Nicola Farinetti, figlio del patron di Eataly, ha fatto gli onori di casa nella visita per i media – e Monaco è una città dove la bicicletta è sovrana. Ecco dunque il connubio con uno dei marchi di biciletta italiani più ricchi di tradizione e famosi nel mondo>>.

Per concludere con una metafora in tono, Eataly ha voluto la bicicletta di Monaco di Baviera. Dovrà pedalare, ma se le promesse di qualità, originalità e simpatia, valori esportati con successo dal marchio di Farinetti in tutto il mondo, saranno mantenute, anche la Cima Coppi della Schrannenhalle sarà, finalmente, conquistata.

Zapping tra Crozza e Welke: anche i tedeschi fanno buona satira, ma senza turpiloquio

Zapping TV tra Italia e Germania. Non perdo certo l’occasione di guardare sulla 7 la prima della nuova serie di Crozza nel Paese delle Meraviglie. Maurizio Crozza è bravissimo e fa (anche) ridere. Oltre che riflettere. Forse meno imitatore, sempre più “Crozza” anche quando si trasfonde mirabilmente nei suoi personaggi imitati. Caustico, non risparmia nessuno. Ma perché tanta volgarità? Molta più del solito, spesso gratuita. Il doppio senso osceno è spinto al massimo. La gag dell’ “in. cool. 8” è divertente, ma ovviamente tutto è giocato sulla pronuncia e il risultato è quello e nient’altro. Poteva arrivarci che Lino Banfi vecchia maniera. Andando avanti, l’intercalare con il “c…” sempre in bocca diventa, alla fine, deprimente. Ma la chiosa con l’imitazione di tal Matano che per far ridere deve ricorrere al peto, è davvero penosa.

Cambio canale: ZDF. Altro ritorno: Die Heute Show con Oliver Welke. Uno dei massimi porofessionisti del mezzo televisivo che si possano immaginare: , giornalista, moderatore, entertainer e comico eccellente, ma anche splendido commentatore di calcio. Non ne esistono di uguali, credo.

Welke attacca i politici, mette alla berlina la ministra della difesa Ursula von der Leyen con la storia del plagio del suo Doktorarbeit, distrugge Winterkorn e la Volkswagen per il “Dieselgate”. Sbatte in faccia ai telespettatori l’indiscutibile realtà che la lobby dell’industria dell’auto, in Germania, fa da sempre il bello e il cattivo tempo. Poi chiude con una magistrale intervista a un politico le cui idee potranno anche non piacere, Gregor Gysi, ma del quale la Germania sentirà sempre più la mancanza come protagonista sulla scena del Bundestag.

L’intera trasmissione senza volgarità, con qualche doppio senso – d’accordo- ma niente coprofonia dilagante.

Guardando Die Heute Show un italiano che vive in Germania ha la conferma (ma ce n’è bisogno?) che anche i tedeschi sanno avere eccome, senso dello humor e grandi capacità di satira. Guardando “questo” Crozza lo stesso italiano un po’si vergogna per come la nostra comicità storica, quella dei Toto, dei Walter Chiari, dei Sordi, del Trio, di Troisi, dello stesso Benigni, sia annegata nel turpiloquio.