Con il „corona virus“ sull’uscio

DI MARCO DEGL’INNOCENTI

Non c’erano dubbi che il “Corona Virus” sarebbe arrivato prima o poi anche in Germania. Infatti è arrivato. Ma sapere che il focolare non è chissà dove, ad una tranquillizzante (si fa per dire) distanza, bensì nel raggio di poche decine di chilometri da dove vivi, lo ammetto, dà una strana sensazione. Sì, perché i quattro casi accertati finora in territorio tedesco sono stati registrati tra altrettanti dipendenti della famosa multinazionale di componentistica auto Webasto, che ha la sede principale a Stockdorf, meno di 30 km dall’ameno paesino di 1500 anime dove vivo che, ad onta della sua immagine tutto sommato ancora in sintonia con l’iconografia tipica bavarese, è sostanzialmente un dormitorio di gente che lavora in aziende del circondario, come la Webasto, appunto.

Per di più il primo paziente acclarato abita a Kaufering, piccolo centro presso la città di Landsberg am Lech, il capoluogo del nostro distretto, che dista solo una ventina di chilometri da casa mia. Per chi non conosce queste zone, aggiungo che siamo a 40 km ad ovest di Monaco di Baviera, poco più di mezz’ora di autostrada dalla centralissima Marienplatz.

Paura? Panico? Non direi proprio. Anche se il quotidiano  locale riferisce di una ormai vana caccia alle mascherine protettive nelle farmacie della zona, che ne sono già inesorabilmente prive, di psicosi qui non c’è traccia. I supermercati sono frequentati come sempre, soprattutto è affollata “Hardy’s”, la grande palestra orgoglio della zona. Per ora, dunque le sensazioni sono queste. Attesa apparentemente tranquilla di qualcosa che nessuno sa ancora ben definire. Questione di ore, di giorni e la forse soltanto apparente tranquillità potrebbe cedere il posto a sentimenti meno piacevoli. Ma sin da adesso mi viene spontaneo dire: proprio a me doveva capitare di ritrovarmi, in un certo senso, nell’occhio di questo improvviso ciclone? Con il “corona virus” sull’uscio, anche se ovviamente siamo ben lontani dalle spettrali, spaventose, immagini che arrivano dalla Cina? Chissà, forse c’erano persino meno probabilità di quelle di centrare la vincita di 67 milioni di Euro al superenalotto italiano. Speriamo che ‘a nuttata passi.

Giampaolo Pansa: quella lezione di giornalismo al giovane cronista

Di Marco Degl’Innocenti

Giampaolo Pansa, morto ad 84 anni, ha lasciato una traccia indelebile nella storia recente del giornalismo italiano. Non voglio qui ritornare sulla sua figura, sulle tappe della sua luminosa carriera, né sulle polemiche che ne hanno accompagnato la sua ultima parte. Gianpaolo Pansa è stato un grande del giornalismo italiano. Nulla da aggiungere. Mi piace però ricordare un piccolo episodio della mia carriera di giornalista, quando, per poche ore, io ebbi la fortuna di incontrare sul campo, come concorrente, proprio Pansa, già allora, per quanto ancora giovane, una delle firma di punta del Corriere della Sera. Senza falsa modestia, l’episodio è tratto dal mio libro: “Non volevo fare il giornalista sportivo” (Ed .Futura, Perugia)

Ero da poco rientrato in Italia dopo i miei tre anni in Germania, alla Redazione Italiana del Deutschlandfunk di Colonia, assunto come redattore alla Gazzetta dello Sport. Avevo poco più di 23 anni e mi si apriva un mondo totalmente nuovo. Era, per la precisione, il 1975 e mi avevano assegnato alla redazione calcio.

Anche allora la violenza negli stadi era un fenomeno ricorrente. E sempre più preoccupante. In una Milano che, ancora ferita e provata dall’atroce attentato terroristico alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di pochi anni prima, di lì a qualche mese sarebbe stata insanguinata, in pieno centro, dall’omicidio dello studente Claudio Varalli, da parte di un neofascista e dalla morte di un altro giovane attivista della sinistra extraparlamentare, Giannino Zibecchi, travolto e ucciso da un camion dei carabinieri durante una violenta manifestazione. Vissi praticamente in diretta proprio la tragica morte di Varalli, il 16 aprile 1975. Gli scontri tra extraparlamentari di sinistra e neofascisti ebbero epicentro nei pressi di quella Piazza Cavour sulla quale sorgeva il “palazzo dei giornali”. Dalle stanze della nostra redazione udimmo distintamente i colpi di pistola che uccisero il povero studente.

  Lo stadio “San Siro”, non ancora ribattezzato “Meazza”, ospitava già i primi consistenti gruppi organizzati di ultras. Nel corso di un Milan-Juve di quell’anno gli incidenti scatenati dai più esagitati tifosi rossoneri, con lanci di petardi in campo, furono particolarmente violenti. Dopo la partita fui incaricato di approfondire l’argomento, con un’inchiesta nell’ambiente degli “ultras” del Milan, tra i quali si distinguevano due gruppi particolarmente attivi, per non dire agitati: la “Fossa dei Leoni” e i “Commandos Tigre”. Un giro in alcuni quartieri semiperiferici di Milano, la visita nei bar dove i tifosi si riunivano, le interviste ai gestori dei locali, a esponenti delle due fazioni. Tutto molto tranquillo, normale. Quasi non fosse successo nulla, allo stadio. Il mio commento, tra il desolato ed il rassegnato, alla fine del pezzo che scrissi, fu di questo tono: «Per i responsabili del tifo organizzato la colpa è di pochi e di nessuno, ma, soprattutto, la colpa è regolarmente, dell’arbitro». Quanti anni sono passati, da allora?

  Durante la mia visita in uno di quei bar, incontrai un signore magro, capelli riccioluti, occhiali rotondi, modi assai garbati. Capii subito che si trovava lì per il mio stesso motivo. Era anche lui un giornalista. Si chiamava Giampaolo Pansa. Già un esempio, per noi giovani della professione. Ci ritrovammo a fare insieme alcune tappe del giro degli ultras, poi ci salutammo con cordialità. Il giorno dopo il “Corriere” uscì con il pezzo di Pansa: un capolavoro di cronaca, ma soprattutto una stupenda analisi socio-antropologica del fenomeno ultras nel calcio. Scritto in modo meraviglioso. Stavo ancora confrontandolo con il mio, sei colonne di taglio, cronachetta abbastanza scarna, impostata sulle interviste a qualche barista ed un paio di tifosi, senza l’ardire di considerazioni troppo approfondite, al di là del finale che ho appena riportato, quando mi chiamò il caporedattore, Angelo Rozzoni. Maestro di giornalismo e conoscitore come pochi della macchina redazionale, giunto alla “Gazzetta” ormai da pensionato, dopo aver contribuito a fare grande “Il Giorno”. Aveva messo il “Corriere” con l’articolo di Pansa bene in vista sulla sua scrivania. Una “spalla” su quasi tutta la terza pagina, che allora era la più nobile dei quotidiani, con un titolo che di per sé già dava il senso del pezzo: “C’è anche il tifoso che va alla guerra”. Rozzoni dava del lei a tutti, anche al più giovane dei colleghi e con la sua consueta, bonaria, signorilità mi disse, più o meno: «Degl’Innocenti, legga quest’articolo e lo tenga sempre ad esempio nella sua carriera futura». Aveva un bel dire, Rozzoni. La classe innata non si copia, pensai io annuendo con la testa e biascicando qualcosa come un «sì, certo». Non mi sentii demoralizzato più di tanto. Sapevo che in quel pezzo non ero riuscito a dare il massimo. E forse non soltanto per inesperienza. Ma la vita continuava.

Da allora ho continuato a leggere molti pezzi di Giampaolo Pansa. Che è continuato a restare un esempio, un faro, in tutta la mia professione. Purtroppo non ho mai avuto più occasione di incontrarlo di nuovo.

Ma vi sembra un paese normale?

Di Marco Degl’Innocenti

Questa storiellina ancora in clima Natalizio, è ambientata a Perugia, capoluogo dell’Umbria. Ufficio Postale del popoloso quartiere di Madonna Alta. E‘ venerdì 27 dicembre. Alle 11,31 il locale è strapieno. Parecchie persone attendono fuori. Devo ritirare una raccomandata in giacenza. Stacco dall’apposita macchinetta il „numeretto“ elettronico, facendo attenzione ad indicare proprio quello relativo al ritiro giacenze. Due gli sportelli aperti, serviti da altrettante signore. Su un tabellone luminoso scorrono, via via che gli sportelli si liberano, numeri varie preceduti da differenti icone: faccine, bustine, telefonini…Al mio arrivo i numeri per il ritiro giacenze sono a livello 016. Dopo un po‘,  vedendo che, inesorabilmente, a scorrere velocemente sono soprattutto le faccine relative a non precisati vari servizi, capisco che a regolare il tutto sarà il solito algoritmo idiota…Amen, mi rassegno, come tutti gli astanti. Alle 13,20 si appalesa un signore  con badget giallo delle poste al collo che ha l’aria essere un capo e annuncia che alle 13.35 le due signore agli sportelli aderiranno allo sciopero. Sciopero? C’è uno sciopero oggi? Mah, forse si, vabbè…“In effetti in un angolo della sala un piccolo cartello avverte che dal 12 dicembre 2019 al 12 gennaio 2020 ci potrebbero essre scioperi….“ Alle 13,34 il cartellone arriva al numero 041. Quello prima del mio. Alle 13.35 le signore in sciopero lasciano i posti di lavoro. Saranno rimaste in attesa meno di dieci persone,ormai. Tutte a casa. Me ne vado pensando  che domani tornerò, sperando in maggior fortuna. Invece no. L’indomani il copione è identico. Solo che l’ufficio, essendo sabato, chiude alle 12.30. E alle 12 e 35, zacchete, scatta lo sciopero. E tutti fuori, più o meno imbufaliti. Inutile dire che non sono riuscito a ritirare la raccomandata, perché dove tornare anche a casa mia, nel Paese in cui sono emigrato, la Germania. Che mai come in questa occasione ho amato. Peccato, amerei anche l’Italia, l’Umbria, Perugia. Ma oggi proprio non ci riesco.