
MARCO DEGL’INNOCENTI
MONACO DI BAVIERA – Dopo sei anni di silenzio sulle sue condizioni, Alex Zanardi se n’è andato. Altri lo ricorderanno come incredibile campione sportivo, ma soprattutto come un uomo dal coraggio e dalla volontà immensa. Si merita tutti gli elogi possibili, non è retorica. Io vorrei ricordarlo con queste righe, tratte da alcuni miei articoli dell’ epoca sulla “Gazzetta dello sport”, scritti dopo il drammatico incidente del Lausitzring del 15 settembre 2001, ma prima del secondo fatale sulla sua handbike del 19 giugno del 2020 . Pochi mesi prima, il 25 aprile, avevo dovuto raccontare il dramma di un’altra tragedia su quel circuito nella ex Germania Est. L’incidente mortale di Michele Alboreto, ex pilota Ferrari. E il dolore di sua moglie Nadia.
“Un‘altra moglie, Daniela. Un altro pilota, Alex Zanardi, un altro ospedale. Lo stesso circuito. Il 15 settembre di quel terribile 2001, quattro giorni prima c’era stato l’attentato alle torri gemelle di New York. Zanardi, che negli anni precedenti non aveva avuto troppa fortuna in Formula 1 e si era trasferito negli in cerca di maggior successo nella serie “Champ-Car”, era in testa alla gara di quelle monoposto decisamente esotiche per l’Europa, che aveva trovato la prima ribalta nel vecchio continente proprio al Lausitzring. Su quella pista maledetta al 143° dei 154 giri previsti, la Honda – Reynard del bolognese uscì improvvisamente di pista, dopo essere appena rientrata sul circuito da una sosta ai box. Zanardi era riuscito a riportare la vettura sul rettifilo principale, ma la monoposto si era messa subito di traverso ed era stata investita in pieno, sul lato sinistro, dalla Reynard -Ford del canadese Tagliani, che di nome si chiamava anche lui Alex, che sopraggiungeva. Spaventoso l’impatto, ad una velocità stimata intorno ai 320 km orari. La monoposto dell’italiano venne completamente distrutta: la scocca ed i rottami volarono per decine di metri, mentre quella i Tagliani finiva la sua corsa ai lati della pista.
Zanardi era stato trasferito immediatamente in elicottero all’ospedale traumatologico di Marzahn, quartiere ultrapopolare della ex Berlino Est. Un complesso sanitario modernissimo, sorto dopo la caduta del muro intorno ai padiglioni, perfettamente restaurati alcuni dei quali mantenuti ancora in efficienza operativa Anche Daniela era arrivata subito, poco dopo il ricovero del marito, che giaceva in condizioni disperate. Primo intervento, l’amputazione di entrambe le gambe. In quelle ore ogni tanto incrociavo Daniela, che ancora non sapeva chi fossi, nel bar dell’ospedale, nei rari momenti in cui usciva dalla zona della terapia intensiva dove il marito era ricoverato. Non avevo il coraggio di parlarle. Parlavano i medici. «Vediamo la luce alla fine del tunnel. Ma non possiamo ancora dare alcun cessato allarme». Era moderatamente sollevato il professor Walter Schiaffartzik, direttore sanitario dell’ospedale, dopo il secondo intervento chirurgico al quale il pilota era stato sottoposto Un’operazione prevista, della durata di quaranta minuti, in termini tecnici definita “second look”, secondo sguardo, per il controllo e gli eventuali ulteriori interventi atti a favorire il processo di risanamento delle ea gravi lesioni ai tessuti ed ai vasi circolatori delle due gambe amputate.
Dal mio ufficio di Francoforte, dove nel frattempo ero rientrato, telefonavo regolarmente all’ospedale berlinese per avere notizie. Con il trascorrere dei giorni telefonate quasi di routine. Fino a quella durante la quale il centralinista mi aveva messo come sempre in attesa: ma invece della solita addetta stampa, dall’altro capo del filo mi rispose la voce di un’altra donna, in italiano: «Ciao, sono Daniela». Rimasi per un attimo senza fiato, non sapevo cosa rispondere. Fu lei a proseguire «Vuoi parlare con Alex? È qui, te lo passo». Zanardi non mi conosceva, io non avevo mai parlato con lui. «Ciao Marco, come stai?». Incredibile, una voce squillante, allegra. Era lui che chiedeva a me come stessi.
Tornai a Berlino. Per la mia prima intervista con Zanardi. La prima dopo l’incidente. Eccola.
Una giovane signora bionda spinge una carrozzella, sulla quale è seduto un giovane uomo, Alex Zanardi: «Oggi è uscito un raggio di sole, ho detto a Daniela che bisognava approfittarne ed uscire per prendere un po’d’aria».
Un parco come tanti, ai margini di un quartiere alla periferia di Berlino. Il parco che circonda l’Ospedale Traumatologico. Alex vi è entrato il 15 settembre scorso. In pochi avrebbero scommesso sulla sua sopravvivenza, dopo lo spaventoso schianto sul circuito del Lausitzring, la sua monoposto tagliata in due da un’altra che sopraggiungeva a 320 orari. Le gambe del pilota bolognese strappate dal corpo, un’emorragia spaventosa, il disperato volo in elicottero verso Berlino, le cinque ore di operazione. Quasi una settimana in coma artificiale. E finalmente la ripresa. Lenta, ma sicura. E’ lui stesso a confermarlo: «Di salute sto bene. Sicuramente il peggio è passato. Adesso non vedo l’ora d’andar via. Spero che mi lascino andare a casa presto».
Alex riassume così la sua situazione dal punto di vista clinico: «La gamba destra è a posto: la sinistra è ancora infiammata, quindi non possono chiudere definitivamente la ferita ed in conseguenza mi devono tenere sotto osservazione. Quanto dovrò restare a Berlino? I medici ogni due o tre giorni mi riportano in sala operatoria, fanno una nuova medicazione della gamba destra. Mi sembra di aver capito che ne servano ancora altre tre o quattro. Insomma, almeno un’altra ventina di giorni dovrò stare qui».
Un pensiero indietro nel tempo. Nel buio di quel 15 settembre. Lo spaventoso schianto. Ma le immagini che riaffiorano alla mente di Zanardi sono poche, vaghe, confuse: «Dell’incidente non ricordo niente. Faccio fatica a ricordarmi del week – end. Mi ricordo dell’albergo dove eravamo, ben poco del circuito. Ricordo la grande tenda dove mangiavamo. Ma francamente dei giri in pista, del guidare la macchina, ricordo molto poco»
Il risveglio dal coma. Il momento più drammatico e più bello allo stesso tempo, per come lo racconta, con parole semplici e voce sicura: «Ero intubato e mi sono risvegliato. Mi hanno detto: hai perso le gambe. Però mia moglie mi ha sussurrato: l’hai scampata bella e mi ha spiegato la situazione. In quel momento mi sono detto: cosa me ne importa delle gambe! Stavo male, soffrivo ancora molto. Per me la cosa importante era aver riaperto gli occhi».
Naturalmente, il conforto delle dimostrazioni di affetto che ha avuto ed ancora sta avendo gli è di grande aiuto. «Ho famigliari eccezionali: una moglie stupenda, mia madre che sta tenendo il nostro bambino, amici che si sono presi le ferie per assistermi, non sono mai solo. Ed anche l’ affetto della gente che non conosco è stupefacente. Mi fatto soprattutto capire che non muovo compassione. Nessuno dice di me: poverino, ha perso le gambe».
Ed in un’ultima frase, Alex Zanardi racchiude tutto se stesso ed il suo è, forse inconsapevolmente, anche un bellissimo inno alla vita: «Io sono una persona che guarda sempre avanti. In fin dei conti, ho burlato la morte. Quindi è importante vedere cosa ti rimane, non quello che ti è stato tolto».